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Racconti di giugno applaudito al Farnese di Umberto Fava (LIBERTA', 30/06/2006)
Il bisogno di esporsi, di confrontarsi con il pubblico in forma totalmente scoperta, ma aprendo nel racconto anche squarci di grande teatralità, frammenti di spettacolo che sono parte essenziale della vita, un continuo rispecchiamento, in scena la rielaborazione stilizzata, a volte eccessiva, estrema, di quanto accade dentro e fuori, pensieri intimi e segmenti sconnessi di realtà.
Ha emozionato e commosso, nel vasto cortile di Palazzo Farnese, a Piacenza, per la bella rassegna estiva " Il cavaliere azzurro " , giunta alla quarta edizione, direzione artistica di Paola Pedrazzini, il percorso narrativo Racconti di giugno di/ con Pippo Delbono, artista di estrema sensibilità, figura tra le maggiori del nostro teatro, presenza da tempo riconosciuta di valore, di prestigio internazionale, cos" come merita.
" Non è uno spettacolo, ma il racconto di un viaggio " : cos" inizia spiegando Pippo Delbono, seduto davanti ad un piccolo tavolino. E davvero all'inizio sembra proprio cos", una sorta di autobiografia, Varazze, " ridente paesino " della Liguria, un ambiente dalla mentalità chiusa, la famiglia dalle antiche radici cattoliche, tutti molto religiosi. Con aperture e divagazioni presto di un'intensità speciali. Segmenti poetici che poi sapranno anche diventare urlo, sfida, come per la parte tratta da Gente di plastica .. La nascita della passione d'amore per un amico, la droga, il sentimento di distruzione poi però anche il bisogno di respirare, di un'altra dimensione.
L'incontro, abbastanza casuale, con una scuola di teatro, buffi esercizi, ma scoprendo una speciale adesione a quel mondo. La conoscenza di Pepe Robledo, profugo dall'Argentina, esperienze di teatro insieme, allora fino ad ora, spettacoli importanti, in questa occasione, per Racconti di giugno , Robledo alla musica e alle luci.
Si sorride, e a volte si ride: Pippo Delbono guarda al suo passato evidenziando anche situazioni contraddittorie, ironizza sugli esercizi teatrali, scherza parlando di sé con il pubblico. Ma grande, a volte devastante, è la sofferenza: in quell'inquietudine di fondo sempre presente è il dolore, terribile l'incontro con la morte, il suo amore di un tempo, da cui stava allontanandosi. Un legame comunque lungo, importante, colmo di conflitti, ancora pulsante. Ecco: uno strappo, una ferita indelebile. Ancora si ricorda l'eco di questa storia, raffinata, filtrata meravigliosamente nello spettacolo Il tempo degli assassini , un evento folgorante, visto a Santarcangelo e poi più volte ancora. E qui ne viene offerto un prezioso frammento. Incontri ed esperienze importanti: con Pina Bausch, con Barba e l'Odin in Danimarca. E l'incontro, nel manicomio di Aversa, con Bobo, vissuto segregato per decenni, lui tra i protagonisti di tanti spettacoli, un nuovo legame con la vita, per lui, per Delbono. Si chiude cos", in forma sospesa, Raccon ti di giugno : non si parla del successo internazionale, delle nuove produzioni... Lunghissimi, molto emozionati, gli applausi, il pubblico in piedi a chiamare ancora e ancora Pippo Delbono in scena per nuovi saluti.
Delbono in viaggio tra vita e scena di Valeria Ottolenghi (Gazzetta di Parma, 02/07/2006)
PIACENZA-Ha il fisico massiccio di un marinaio che ha navigato i flutti della vita. Ma
anche l'intima fragilità di un adolescente. La vita ha cercato di
distruggerlo, e c'era quasi riuscita. A salvarlo è stato il teatro, che per
lui ha significato forza, resistenza, sopravvivenza, salvezza. Grazie teatro.
Sul palcoscenico ha incontrato amici come Pasolini, Shakespeare, Genet,
Rimbaud, Sarah Kane, le loro parole da sussurrare o urlare gridando una
disperazione furiosa al limite delle lacrime.
Attore di vita. Nato di giugno. Con Pippo Delbono e i suoi Racconti di giugno
penetriamo in una dimensione di ricordo. Di più: di confessione in piazza, di
amarcord totale e viscerale, senza reticenze, di operazione a cuore aperto.
Così il Cavaliere Azzurro ha iniziato la sua cavalcata teatrale spalancando il
cortile del Palazzo Farnese agli orizzonti della prosa.
Il festival estivo ideato e diretto da Paola Pedrazzini ha aperto le porte con
la performance di uno dei fenomeni italiani di più sicuro successo (che è
stato quattro anni fa padrino e portafortuna del festival).
Lo spettacolo dell'avventura umana ed artistica di Delbono segna una nuova
tappa all'interno del suo percorso verso una forma di teatro che diventa
sempre più essenziale. Lo spazio scenico è ampio, ma, come il suo ligure
protagonista, assolutamente parco: in scena non c'è niente. Anzi, meno che
niente, perché mancano perfino gli immancabili fondali neri. Arriva con un
mazzo di fogli in mano e si siede. Su uno spigolo del palco c'è un tavolino
per lui, su cui una bottiglietta fa da fermacarte. Si comincia con mezz'ora di
ritardo, ma col vantaggio del silenzio delle rondini. Ai piedi della
monumentale mole farnesiana, il pubblico foltissimo pende dalle sue labbra, è
tutto per lui, attore che non recita, ma semplicemente è, e che sempre più va
a coincidere con la vita.
Racconti di giugno non è altro infatti che bisogno urgente di
rappresentare la vita, voglia di comunicare che si sprigiona dal tormento e si
esprime in un linguaggio tutto concreto e immediato. "Non è uno spettacolo -
dice all'inizio-, è il racconto di un viaggio che comincia in un paese della
riviera ligure, a Varazze". D'accordo, prendiamolo allora come il viaggio di
un marinaio a caccia non di balene, ma di sogni. Come il romanzo vero della
vita di Delbono, di un'amicizia che diventa una grande amicizia, che si
trasforma in amore, in violenta passione, droga e autodistruzione. Poi
improvvisamente la scoperta di una via di uscita, il teatro. Poi la fuga in
Danimarca, a scuola del gruppo teatrale Farfa. I viaggi con Pepe Robledo in
Argentina e in Messico a recitare nei villaggi indios.
Delbono è un attore vagabondo, "barbone" e poeta d'altri tempi, di
quelli che vivono l'arte come unica ragione per essere se stessi, per vivere.
Di quelli che tirano sassi in acqua, ma poi si chiedono, dubbiosi e
pentiti: "Chissà se faccio male ai pesci". Nel fiorire degli incontri, delle
storie, dei volti, delle voci, degli sguardi, delle memorie, delle parole e
delle coincidenze, l'attore-narratore offre tutto se stesso per rivelare a se
stesso la propria identità più intima e nascosta. La trama segreta del proprio
doloroso vissuto, lo stupore della rivelazione ed anche l'irrompere della
felicità del comunicare illuminano con indifesa e disarmante sincerità il
mistero dell'esistenza tra amore e paura, tra gioia e rabbia.
Droga, Aids, la paura della follia, lo psichiatra, il maestro
buddista, i suoi nuovi amici, come il sordomuto Bobò, che egli ha "rapito" dal
manicomio di Aversa, salvandolo dopo 50 anni di detenzione. Sono Racconti che
nascono come un soffio e crescono fino allo spasimo. Che rappresentano un
consuntivo della sua vita ed anche un'antologia dei suoi spettacoli. I momenti
forti della serata sono infatti le citazioni di suoi lavori, quando con la
camicia bianca o a torso nudo, urlante o pianissimo, ripropone bellissimi e
toccanti spezzoni di Enrico V, della Rabbia e del delirio mentale di Sarah.
Gli spettatori dopo quasi due ore di emozionante assolo si sciolgono in un
lungo applauso liberatorio.
La serata s'era aperta con le rituale parole di ringraziamento della
Pedrazzini e dell'assessore Alberto Squeri, che ha ringraziato in particolare
Sefano Pareti -presente in platea- che da assessore s'era attivamente
adoperato per il lancio della rassegna.
Confessioni di un innamorato della vita. di Gian Maria Tosatti (Il Tempo, 27/06/2005)
Questo non è uno spettacolo, anche se potrebbe diventarlo, dice per cominciare
Pippo Delbono. Cosa sono allora questi Racconti di giugno che l'attore ci
propone dal piccolo palcoscenico del teatro Belli? Un "incontro con se
stesso", recita il sottotitolo. Un'esibizione, potremmo replicare, nel senso
proprio di una personale emozionante messa a nudo di sé in quanto uomo di
teatro, della necessità che sta dietro al suo lavoro.
Invitato dalla rassegna "Garofano verde" ad affrontare il tema sdrucciolevole
dell'amore, Delbono si abbandona a una controllata improvvisazione a soggetto
in cui arte e vita si confondono. O forse coincidono. E non potrebbe essere
diversamente, conoscendo il posto di rilievo occupato nel suo teatro
dall'elemento autobiografico, fin dal primo spettacolo, già rivelatore, Il
tempo degli assassini, realizzato in coppia con Pepe Robledo, a metà degli
anni 80: l'uno in fuga da una storia d'amore e di morte, violenta e
conflittuale; l'altro da un lontano paese sudamericano dove comandavano i
generali. E da lì giù verso quell'altro straordinario Barboni, nato
dall'incontro dell'attore con nuovi compagni di vagabondaggio, una diversa
umanità cercata per strada o dentro l'inferno degli asili psichiatrici, in un
altro momento di doloroso smarrimento. Fino al più recente Urlo che fa i conti
con altri familiari fantasmi, immagini pubbliche e private del potere cui già
si ribellava il ragazzo di allora. C'è sempre un dolore all'origine del lavoro
creativo di Pippo Delbono. C'è la memoria anche fisica di una ferita. Il
dolore dell'esodo, il viaggio senza ritorno di tutti quelli che si sono
lasciati qualcosa alle spalle. Il dolore dei sopravvissuti. Quelli che si sono
salvati per ricordare e raccontare, come voleva Primo Levi. Memoria e racconto
si sovrappongono anche qui, su questo palco di nuovo nudo come agli inizi, una
sedia un tavolino e una bottiglia di birra è tutto quel che serve all'attore.
Che alterna storie di vita alla loro traduzione scenica, in un footing
linguistico, uno slittamento del codice espressivo reso immediatamente
percepibile dalle luci e dalle musiche manovrate dal fido Robledo.
Le storie dicono soprattutto di incontri capaci di dare un nuovo corso alla
vita, da Pina Bausch al fatidico Bobò, il piccolo vecchio uomo dal sorriso
infantile, sordomuto e microcefalo secondo l'impietosa visione clinica, per
quarant'anni in manicomio prima di essere sottratto dal teatro a una vita
vegetativa e ora star indiscussa della compagnia. O ci svelano il mistero di
un gesto che poi ritroveremo in un brano di uno spettacolo, aprire e chiudere
una mano, sollevarsi senza gambe. Giacché anche a questo serve il teatro, a
noi che galleggiamo nell'universo della complessità, ricordare quanto impegno
richieda anche il gesto più semplice, quanta bellezza possa contenere. Quanto
peso ci sia in una carezza. Non uno spettacolo, e neppure un compendio dei
suoi spettacoli. Ma una magistrale lezione su ciò che il teatro può dire.
Il diario intimo di Pippo Delbono di Gianni Manzella (il manifesto, 03/07/2005)
Pippo Delbono il visionario regista star del teatro internazionale si racconta al Belli
Entra come al solito dalla platea. Col suo fare un po' goffo. Sale sul
palcoscenico. Un tavolo. Una sedia. Un microfono. Tutto qui. Le luci in sala
restano accese. Perché l'attore stasera non indossa una maschera e il pubblico
non deve sparire per lasciare spazio alla fantasia. In scena la verità. Il cui
sentiero si deve aver il coraggio di calpestare. Seduto Pippo Delbono, uno
degli artisti italiani più acclamati nei teatri di tutto il mondo, comincia a
dialogare. Non è una "narrazione". Ma un incontro. Con se stesso. Con gli
individui che gli siedono davanti ognuno col suo fatto di vita e di morte
sotto la camicia.
È un Delbono che gioca a non nascondere nulla. I suoi dolori segreti, le sue
vie di fuga per non morire. Seguendo un tema che è poi quello che s'evince
dalla sua tranche autobiografica. Cercare comunque la libertà nella
costrizione. Della morale sessuale, della malattia contro cui ha lottato a
lungo. E dice: "Non ho nessun tipo di rabbia verso queste persone".
La storia comincia presto - "La prima recita che ho fatto è stata a tre anni,
facevo l'angioletto" - e non può prescindere del teatro, che si innesta nella
vita quasi come una spina dorsale che talvolta regge il peso e talvolta
cede. "Tutto è cominciato per una grande passione, una grande amicizia -
comincia Delbono -. La storia con questo mio amico è durata dieci anni. Una
passione violenta, fatta di pugni, di droga. Di tutto quel che non si doveva
fare". E precisa: "Io non sono mai stato un grande patito della droga. Per me
è stato un atto d'amore. Accettare di andare insieme fino in fondo, fino a
toccare il fondo. Finché un giorno ho capito che era arrivato il momento di
finire. Ho letto il volantino di una scuola di teatro e mi sono iscritto.
Ecco, ho tradito il mio amico con il teatro. Una scelta per vivere. Per non
morire. Per non morire con lui".
Ed è partendo da qui che la vita profondamente umana e amata di un uomo si
racconta attraverso l'arte. Frammenti autobiografici da Urlo, Il tempo degli
assassini, Rabbia e da Enrico V, servono a dire quello che le parole d'un
discorso, finanche d'una confessione, non possono esprimere. E così si va
avanti per un'ora e mezza, faccia a faccia. In un lavoro che non può essere
chiuso nella definizione di "spettacolo".
Davvero non so cosa sia stato questo Racconti di giugno. Solo posso dire che è
qualcosa che emoziona, come la vita, come la verità, che cade in lacrime dagli
occhi. In una stagione di forme senza contenuto, di flussi artistici costretti
nei vasi sanguigni di un mercato idiota, questo incontro senza pretese e
venuto fuori quasi per caso nella cornice della rassegna "Garofano verde" è
una delle pochissime cose belle, cose pure, che si siano viste. Una
concentrazione di passione, a volte mozzafiato, e di serenità disarmante, cui
sinceramente, oggi non siamo più abituati. In un'età senza sogni che non siano
preconfezionati. Questo racconto è un vero attentato, un atto terroristico
contro l'establishment del silenzio e della solitudine, per dimostrarci che la
vita può essere poesia.
emozionante spettacolo-confessione dell'autore-regista. di Franco Quadri (la Repubblica, 27/06/2005)
Più spettacolare e ricco di pathos è risultato il monologo che il regista di
Urlo ha svolto a Roma per la rassegna "Garofano verde" col titolo Racconti di
giugno, che allude alla nascita di Pippo Delbono, mentre il
sottotitolo "Incontro con se stesso" ne giustifica il carattere di meditata
improvvisazione. C'è infatti da cercare il senso del fare teatro, attribuito
alla vita e alle sue feconde delusioni, oltre che a una serie di incontri,
protagonista Pepe Robledo o uno scomparso compagno di gioventù, la Bausch o
il "mistero Bobò", una persona passata di colpo da una vita in manicomio a una
padronanza da vero attore. Con qualche lettura di pezzi dei primi spettacoli e
del suo remake da Sarah Kane per Gente di plastica, Delbono si guarda dentro
senza mai dimenticare quel che lo circonda in una serata-confessione di grande
spessore emotivo e intellettivo: qualcosa di più di uno spettacolo e che non
deve diventarlo, un libro parlato ricco di provocazioni, di sollecitazioni,
anche di mute richieste, che aiuta a capire quanto possano essere profonde le
ragioni di un successo.
www.pippodelbono.it
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